Letture:Gb 7,1-4.6-7; 1Cor 9,16-19.22-23; Mc1,29-39.
«Guarì molti che erano affetti da varie malattie»
1. Gesù è ciò che annuncia, il prendersi cura di Dio liberando l’uomo da ciò che ne impedisce lo sviluppo e la realizzazione; un dato di cui l’evangelista Marco inizia a registrarne il cammino dalla proclamazione ufficiale alla sinagoga di Cafarnao e alla casa di Simone e Andrea.Dalla liberazione da un grande malessere interiore alla guarigione di uno stato febbrile, a voler dire che l’accostarsi favorevole di Dio in Gesù attinge ogni luogo, pubblico e privato, e ogni forma di malattia come lascia intendere il sommario redazionale: «…gli portavano tutti i malati e gli indemoniati…Guarì molti che erano affetti da varie malattie e scacciò molti demoni» (Mc1,33-34).
Vi è un male fisico, psichico, sociale, morale e spirituale che getta l’uomo nel dolore e nell’angoscia ostacolandone il cammino verso la sua umanizzazione, un male-essere che sta molto a cuore a Dio in Gesù che nel caso specifico viene a trovarsi a contatto con una donna con la febbre. Il racconto come al solito è scarno e essenziale: Gesù entra in casa di due dei suoi primi discepoli, viene informato della infermità della suocera di Simone e agisce (Mc1,29-30). Meritevole di attenzione è la sequenza dei gesti (Mc1,31): Gesù si avvicina, prende per mano, fa alzare o solleva, verbo tipico di resurrezione (Mc 5,41; 9,27); sequenza accompagnata da una parola: «Per questo infatti sono venuto» (Mc1,38), ad esempio perché la febbre lasci una donna (Mc1,31).
Il segreto di Gesù inizia a svelarsi in termini chiari e concisi: egli è la prossimità amante di Dio a chi sta male, è la mano aperta di Dio che prende per mano chi sta male, è guarigione-resurrezione di Dio a chi sta male, nel piccolo e nel grande. In breve è l’uscito da Dio per far uscire da ciò che ferisce l’uomo. La chiave di lettura per leggere i miracoli di Gesù, e miracolo vuol dire capacità di meravigliarsi dinanzi a tanta premura, è posta: essi sono eventi dell’amore di Dio e ad esso rimandano, essi sono segni della resurrezione futura come vittoria definitiva su ogni male e ad essa rimandano. Eventi-segni infine che operano una grande guarigione, dalla inoperosità legata alla propria infermità al servizio: «La febbre la lasciò ed ella li serviva» (Mc1,31). Pensiamo al sevizio delle donne a Gesù e ai Dodici (Lc 8,1-3) e al servizio delle mense nella Chiesa primitiva (At 6,2), ma soprattutto al fatto che i guariti nascono al ringraziamento, alla lode, all’annuncio e al fare agli altri ciò che è stato fatto a loro. Liberi servi del Dio amante in Gesù, di lui cantori e racconto, liberi servi dell’uomo sofferente con Gesù e secondo Gesù.
2. Una liberazione, questa della suocera di Simone, che sottende una emancipazione da tabù consolidati almeno in ceti settori della popolazione, il contrarre impurità toccando una donna inferma. Dinanzi a una creatura nel bisogno, dichiara coi fatti Gesù, non vi è regola alcuna ne divina ne umana che arresti il porgere la mano. Qui e altrove: «Andiamocene altrove, nei villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo sono venuto» (Mc1,38). Questo modo di essere di Dio in Gesù è a portata universale, ogni villaggio della Galilea e dell’intera terra abitata è vicino al Dio di Gesù, ieri, oggi e domani, niente e nessuno può imprigionarne l’amore, porgli confini e steccati. Non le folle e neppure Simone e i suoi amici sempre pronti ad assecondare il desiderio delle folle: «Tutti ti cercano» (Mc1,36-37), e tantomeno il successo del momento. Gesù mai prenderà decisioni nel tempo dell’euforia e nel tempo della depressione, il Padre e solo il Padre sarà il suo determinante. Un Padre che nel caso specifico è a lui memoria di «altrove» a chi lo vorrebbe solo «qui», un Padre incontrato nella preghiera: «Al mattino presto si alzò quando ancora era buio e, uscito, si ritirò in un luogo deserto, e là pregava» (Mc1,35). Questo particolare offre l’occasione di soffermarci un attimo su quella che, in questo primo capitolo dello scritto di Marco, viene definita la «giornata tipo» di Gesù data dalla unità luogo, Cafarnao (Mc1,21), di tempo, il sabato, e di suddivisione, il mattino (Mc1,35), il giorno (Mc1,29-31) e la sera (Mc1,32). Altamente istruttiva.
Il giorno di Gesù inizia di buon’ora in una solitudine colmata dalla preghiera, dalla relazione con il Padre; prosegue durante le ore solari con la preghiera pubblica in Sinagoga e nell’adempimento dell’opera del Padre, istruzione e guarigioni (Mc1,39); si conclude a sera con i malati alla sua porta (Mc1,32-33) sorretti dalla speranza di essere liberati dalla notte dei loro mali. Sera altresì tempo di incontro con gli amici a tavola (Lc 24,29s). Gesù riflette la verità dell’uomo come essere di solitudine, il mattino dell’uomo aperto alla illuminazione donata dal faccia a faccia con Dio; come essere di compagnia, il giorno dell’uomo da viversi nella compassione; e come essere di amicizia, la sera dell’uomo sempre aperta alla compassione e a gesti e parole in convivialità amiche.
3. Pagine densissime che dischiudono a una lettura di sé, singoli e comunità, come umanità bisognosa di guarigione, ad esempio dalla malattia del non sapere pensare e vivere il tempo, iniziati a questo da Colui che ci suggerisce di vivere ogni giorno come se fosse il primo e l’ultimo, e di viverlo bene, in maniera ordinata. Il che dipende dal risveglio mattutino della coscienza, la nascita quotidiana a sapersi dono di Dio a prolungare durante le ore del giorno, della sera e della notte, di villaggio in villaggio, la cura del Cristo. Quella esperimentata sulle proprie più o meno occulte malattie.
Può apparire paradossale parlare del sabato santo perché per i cristiani è un giorno contrassegnato dal silenzio, un giorno che potrebbe apparire “tempo morto”, svuotato di senso. Anche i vangeli tacciono su questo “grande sabato”: il racconto della passione di Gesù si arresta alla sera del venerdì, all’apparire delle prime luci del sabato e riprende solo con l’alba del primo giorno della settimana, il terzo giorno, appunto. Giorno vuoto, dunque? Nella tradizione cristiana occidentale, il sabato santo è l’unico giorno senza celebrazione eucaristica, l’unico giorno restato “aliturgico”, senza celebrazioni particolari: tacciono le campane, non ci sono fiammelle accese nelle chiese spoglie, né canti… Anche la preghiera dei cristiani si fa silenziosa ed è carica soprattutto di attesa: attesa di ciò che muterà profondamente ogni cosa, ogni storia. Certo, sappiamo bene che la Pasqua è un evento avvenuto ephápax , “una volta per tutte”, il 9 aprile dell’anno 30 della nostra era, sappiamo che Cristo ormai risorto non muore più, siamo consapevoli di non celebrare un mistero ciclico come facevano i pagani…
E tuttavia siamo chiamati a vivere questo giorno cogliendone il messaggio proprio: lo viviamo nella fede che il Signore crocifisso è vivente in mezzo a noi ma, discernendo all’interno del triduo pasquale il secondo giorno come giorno di silenzio, di attesa, del non detto, noi assumiamo una dimensione che ci abita sempre e che alcune volte – nella vita nostra, o degli altri o di interi popoli – è la dimensione durevole, non momentanea, non passeggera.
Sabato santo, giorno dopo la morte, tempo in cui davanti ai discepoli c’era solo la fine della speranza, un’aporia, un vuoto su cui incombeva il non senso, l’insopportabile dolore, la lacerazione di una separazione definitiva, di una ferita mortale: Dov’è Dio? E’ questa la muta domanda del sabato santo. Dov’è quel Dio che era intervenuto al battesimo di Gesù, aprendo i cieli per dirgli: “Tu sei mio figlio, di te provo molta gioia” (Mc 1,11)? Dov’è quel Dio che era intervenuto sull’alto monte, nell’ora della trasfigurazione con Mosè ed Elia e aveva esclamato: “Ecco mio figlio, l’amato!” (Mc 9,7)? Nell’ora della croce Dio non è intervenuto, a tal punto che Gesù si è sentito abbandonato da lui e glielo ha gridato: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” (Mc 15,34). Ecco, un giorno intero passa e non c’è intervento di Dio… Eppure Dio non ha abbandonato Gesù: se l’abbandono appare l’amara verità per i discepoli, Dio in realtà ha già chiamato a sé Gesù, anzi, lo ha già risuscitato nel suo Spirito santo e Gesù vivente è agli inferi ad annunciare anche là la liberazione. “Discese agli inferi” confessiamo nel Credo. Ecco ciò che nel nascondimento avviene al sabato santo: giorno vuoto, silenzioso per i discepoli e per gli uomini, ma giorno in cui il Padre – che “opera sempre” (cf. Gv …), come ha detto Gesù – attraverso di lui porta negli inferi la salvezza. Come Giona nel ventre del pesce per tre giorni e tre notti (cf. Mt 12,40), così anche Gesù dalla croce fu deposto nella tomba e, da lì, discese ancora, agli inferi, allo sheol dove dimorano i morti.
Mistero grande, sul quale oggi la chiesa sembra preferire tacere, quasi fosse afona. Eppure i padri della chiesa, e soprattutto la liturgia antica, hanno voluto cantare anche questa “azione” di Gesù dopo la sua morte. In un’omelia attribuita a Epifanio sta scritto: “Oggi sulla terra c’è un silenzio grande: Il Signore è morto nella carne ed è disceso a scuotere il regno degli inferi. Va a cercare Adamo, il primo padre, come la pecorella smarrita. Il Signore scende e visita quelli che giacciono nelle tenebre e nell’ombra di morte”. E un inno di Efrem il Siro così canta: “Colui che disse ad Adamo ‘Dove sei?’ è sceso agli inferi dietro a lui, l’ha trovato, l’ha chiamato e gli ha detto: ‘Vieni, tu che sei a mia immagine e somiglianza! Io sono disceso dove tu sei per riportarti alla tua terra promessa!’”. Gesù, disceso agli inferi con la sua morte – una morte diventata “atto”, una morte assunta e vissuta – ha distrutto la morte stessa in un mirabile combattimento, come ricorda anche la liturgia siriaca: “Tu, Signore Gesù, hai combattuto con la morte durante i tre giorni del tuo dimorare nella tomba, hai seminato la gioia e la speranza tra quelli che abitavano gli inferi”.
Così la discesa agli inferi diventa estensione della salvezza a tutto il cosmo, salvezza dell’essere umano nella sua interezza: Cristo scende nel cuore della terra, nel cuore della creazione, nelle zone infernali che abitano ogni uomo. Che ne è, dunque, degli inferi dopo la “visita” del Cristo glorioso? Cirillo di Alessandria afferma che questa predicazione di Cristo agli inferi – di cui parla l’apostolo Pietro: “messo a morte nella carne, ma reso vivente nello Spirito… andò ad annunciare la salvezza agli spiriti che attendevano in prigione” (1Pt 3,18-19) – ha significato la spoliazione dell’inferno: “Subito Cristo, spogliando l’intero inferno e spalancandone le impenetrabili porte agli spiriti dei morti, vi lasciò il diavolo solo!”. Dov’è, o inferno, la tua vittoria?
Il cristiano oggi non dovrebbe dimenticare questo mistero del grande e santo sabato, vero preludio alla Pasqua ma anche lettura della discesa di Cristo nelle regioni infernali che abitano anche ogni cristiano, nonostante il suo desiderio di sequela di Gesù. Chi non riconosce in sé la presenza di questi inferi? Regioni non evangelizzate, territori di incredulità, luoghi dove Dio non c’è e nei quali ognuno di noi nulla può se non invocare la discesa di Cristo perché le evangelizzi, le illumini, le trasformi da regioni di morte assoggettate alla potenza del demonio in humus capace di germinare vita in forza della grazia. Così il sabato santo è come il tempo della gravidanza, è un crescere del tempo verso il parto, verso il trionfo della vita nuova: il suo silenzio non è mutismo ma tempo carico di energie e di vita.
Come non pensare al secolo che ci sta alle spalle come al secolo in cui il sabato santo è stata l’esperienza di molti credenti in Gesù e di altri uomini la cui fede solo Dio conosce e giudica? Nei campi di sterminio sotto il nazismo, nei gulag e nelle prigioni sovietiche, in tanti paesi in cui l’ideologia atea comunista ha ridato martiri alla chiesa, quale profondo sabato santo… Anni fa, in Cina ho incontrato un vescovo di quella chiesa ufficialmente non in comunione con Roma che in latino mi ha detto: “Noi viviamo il sabato santo, ma siamo in attesa della Pasqua: verrà! Dica al Santo Padre che lo amiamo!”. Sabato santo, Dio sembra assente, il male sembra prevalere, il dolore appare senza senso e Dio, dov’è? Sabato santo a volte anche per chi nel suo cammino di fede trova le tenebre, vede vacillare la propria fede, non riesce a nutrire speranza: giorno di insensibilità, in cui ogni fiducia sembra inaccessibile, troppo grande perché la si possa concepire. Sabato santo di molti malati, soprattutto quelli affetti dall’aids, legati a Cristo nella sua vergogna… Ma sabato santo anche come tempo in cui il sangue dei martiri e delle vittime cade come seme a terra per fecondarla in vista di un frutto abbondante, tempo in cui il disfacimento del nostro essere esteriore fa spazio alla crescita del nostro uomo interiore… Ognuno allora potrà dire del suo sabato santo: “Dio veramente era qui accanto a me, ma io non lo sapevo!” (Gen 28,16). Non c’è aurora di Pasqua senza sabato santo.
ENZO BIANCHI
Dare senso al tempo
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