Questo blog è personale. Contiene alcune omelie rivolte ai fedeli di Stoner di Enego,provincia di Vicenza, dal 1986 al 2002 ed omelie dal Monastero di Bose. Il blog contiene inoltre molte riflessioni sulla speranza cristiana , sulla sofferenza, sul senso del dolore , ricavate dalle pagine WEB, contiene anche qualche preghiera e altre verità della nostra religione cristiana cattolica.
mercoledì 16 maggio 2012
Dare ragione della nostra speranza nel mondo di oggi Cristo la nostra speranza
Quando l’apostolo Pietro scrive ai cristiani perseguitati, li esorta a dare ragione della loro speranza: "... pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi. Tuttavia questo sia fatto con dolcezza e rispetto" (1Pt 3,15).
E’ interessante notare che quello che Pietro chiede è presentare il motivo della speranza, cioè, quello che dà senso alla loro speranza: più che a difendere, Pietro esorta a dare una giustificazione, a dare ragione del senso. Ovviamente questa esortazione parte dalla fede. In fondo, Pietro dice che l’esistenza cristiana è giustificabile nel suo fondamento, è un’opzione, ha senso. Questo già ci mostra come sia importante saper dirci e comunicare il fondamento della nostra fede che sorregge la speranza.
Oggi la raccomandazione di Pietro è urgente per noi. Nel nostro tempo è difficile trovare ragioni per sperare. Per questo, coloro che hanno ragioni per vivere nella speranza debbono offrire questo contributo all’umanità. Può sembrare strano, ma la speranza è necessaria per poter vivere. Spesso viene considerato che la speranza è la virtù che ci fa guardare al futuro, ma se noi andiamo a scoprire le sue radici vedremo come questa virtù, più che nel futuro, si radica nell’oggi di Dio. Possiamo dire che è la virtù dell’impegno cristiano nel mondo.
La prof.ssa Aparicio ha iniziato con uno sguardo alla Scrittura, sul significato della speranza biblica
... La speranza veterotestamentaria è un’attesa fiduciosa di Yahvé: Il Signore è l’unica speranza. Questa speranza è soprattutto un atteggiamento di abbandono totale in Dio, una fiducia che non poggia sui calcoli dell’uomo ma, al contrario, poggia in Dio di cui l’uomo non si può impadronire.
Nel Nuovo Testamento troviamo la predicazione di Gesù che è centrata sul Regno di Dio. Gesù annuncia la salvezza, una salvezza che è per tutti. Per questo chiama alla conversione, cioè, ci chiama ad aprire il nostro cuore all’avvento del Regno. Ma la novità fondamentale, a differenza dei profeti, è che Gesù collega il Regno con la sua persona. Gesù, vivendo nella fedeltà e in un abbandono totale alla volontà del Padre supera la tentazione di un messianismo mondano (Lc 4, 4-13 e par.). Ma sarà davanti alla sua morte che Gesù vivrà nel modo più radicale la speranza del giusto. Il Padre darà risposta all’abbandono fiducioso di Gesù nella risurrezione, la grazia della piena comunione di vita. E’ in questo evento della morte e risurrezione di Cristo che si fonda la nuova speranza: in Cristo è anticipato l’avvento futuro di Dio.
Continua con un'analisi approfondita della speranza nel Nuovo Testamento e dopo si sofferma nella relazione tra preghiera e speranza:
La speranza ci spinge a riconoscere la presenza di Dio nel nostro mondo, nella nostra storia, in noi. Far entrare Dio nella nostra vita, nella nostra storia personale e di popolo del Signore ci porta a non rimanere fermi. E’ interessante notare come nella Bibbia di solito la chiamata di Dio va accompagnata da uno spostamento: questo è importante perché è uno specchio del cambiamento interiore che avviene nell’incontro-risposta con Dio. Quindi la vita del cristiano è sempre dinamica.
Carmen Aparicio Valls (Cartagena, 1954) è laureata in scienze matematiche presso l’Università Complutense di Madrid e dottore in teologia presso la Pontificia Università Gregoriana di Roma. Ha lavorato dal 1989 al 1999 al Pontificio Consiglio per i Laici.
Dal 1999 è professore aggiunto della facoltà di teologia della Gregoriana, a Roma. Ha scritto numerosi articoli e partecipato attivamente in molti congressi e diversi incontri.
Possiamo dire che vivere nella speranza è vivere in un continuo pellegrinaggio. Infatti Gesù ci ha affidato una missione prima di salire in cielo: «mi sarete testimoni... fino agli estremi confini della terra».
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E’ vero che la preghiera può essere una fuga dal mondo. Ma è questa la preghiera cristiana? Nella Scrittura non si dice molto sulla preghiera di Gesù, ma sappiamo che si mette in disparte per pregare e che nella preghiera trova la forza per compiere la missione che il Padre gli ha affidato. La preghiera cristiana è aprire tutti i nostri sensi al progetto di Dio. Questo trasforma il nostro modo di vivere, di essere presenti nel mondo oggi.
Vivere così è possibile perché la nostra fiducia riposa nel Signore. Il Dio della terra promessa, il Dio dell’alleanza, il Dio della risurrezione, il Dio che «quando le cose verranno ricreate nella loro verità "troverà dimora" in mezzo agli uomini», questo Dio viene incontro agli uomini per presentare nuovi orizzonti nella storia. Tutta la esperienza quotidiana vive di questa attesa, è proiettarsi verso il Regno di Dio che viene e che è presente. E’ questa la fede che ci rende capaci di futuro e fa che il cristiano sia un appassionato per la vita.
E’ interessante notare come la speranza cristiana, che guarda verso il futuro, è profondamente radicata nel presente, ed è possibile perché fa memoria del passato: è fondata sulla memoria dell’incarnazione, morte e risurrezione di Cristo. Sarà la certezza della risurrezione che ci farà vedere le possibilità di vita quando tutto ciò che ci circonda parla di morte.
...
Spesso si parla di una crisi di fede nel nostro tempo, tuttavia penso che oggi possiamo parlare di una crisi di speranza, che significa una assenza di prospettiva di futuro. Non siamo disperati, ma si poveri nella speranza: si tratta di una crisi del contenuto della speranza che ci porta a pensare un futuro per tutti.
Come dare oggi ragione della nostra speranza? Senza dubbio è una sfida. Significa riconoscere nei segni di morte che ci circondano, la vittoria della vita.
La nostra epoca, da molti chiamata post-modernità, si caratterizza dalla frammentazione e dalla perdita di senso. Questo toglie il desiderio di combattere per una causa alta, si manifesta in una mancata passione per la verità. Ma il cristiano deve avere una passione per la Verità, deve amare la Verità. Questo significa avere lo sguardo rivolto verso il compimento della Promessa di Dio, verso Cristo morto e risorto per noi.
Da dove viene oggi il dovere di non disperare?
Come cercare il senso?
Mi limito a indicare alcune piste:
Per vivere la speranza dobbiamo far memoria e vivere con questa memoria della nostra storia: non dimenticare le vittime, le storie di sofferenza. Far memoria ci porta a guardare il passato e a guardare verso il futuro. Questo è necessario per vivere la vita come un progetto: cioè come qualcosa che ha senso e che non è definitivo.
Cancellare il tempo, la storia passata o il futuro, porta a disperare, a vivere il presente come il momento definitivo e ultimo. Guardare la storia ci porta a vedere che il fondamento della speranza non possiamo trovarlo nella storia, quindi questa deve essere fondata teologicamente, cioè, in Dio. E' in Dio che troviamo il vero futuro umano: il Dio della redenzione, della risurrezione, della vita. E' questa la logica dell' incarnazione, del Dio che ha assunto la storia umana fino a tal punto che ha lasciato la sua condizione divina per assumere la nostra condizione.
Questo non ci porta a far sparire le tensioni. Ma ci dà la possibilità di camminare, anche zoppicando, ma sappiamo che c'è qualcuno che non ci lascia : mai soli, di chi possiamo fidarci.
Ovviamente questo non significa ignorare il dolore, la sofferenza, il male... Dio nemmeno lo ha negato. Gesù non ha vissuto come se non ci fosse.
Ma la sua risposta al male e alla sofferenza, uscendo da ogni logica umana, è stata l’essere presente: io sono con te.
Qui di nuovo troviamo l’apparente contraddizione della speranza: la certezza della salvezza, della vita futura, ci porta a vivere intensamente il presente trovando la speranza nelle situazioni dove sembra non ci sia possibile.
Negli ultimi anni frequentemente si è ricordata una frase di un famoso teologo, K. Rahner, sul cristiano del futuro: «Si può dire che il cristiano del futuro o sarà un mistico, cioè, una persona che ha esperimentato qualcosa, o non sarà cristiano. Perché la spiritualità del futuro non poggerà su una convinzione unanime, evidente e pubblica, né in un ambiente religioso generalizzato, già esistenti prima della decisione personale», cioè, il cristiano di oggi dovrà essere un mistico perché non ha un contesto sociale che aiuta la nostra scelta per Cristo.
Se è così non possiamo trascurare il fatto che la mistica del cristiano si vive nella vita quotidiana; è una dimensione profonda della vita quotidiana dove si scopre l’azione dello Spirito. Per questo è necessario aver cura, coccolare, la vita quotidiana. Questo è essenziale perché è lì che si mettono in gioco i valori, dove si accolgono le sfide, dove dobbiamo dare delle risposte; dove si scoprono i desideri profondi e dove nascono altri desideri. Il mistico è colui che sa contemplare - Dio e il mondo in lui - e agire a partire da questa contemplazione. E’ la persona che non perde la capacità di meravigliarsi, di sorprendersi: Dio si manifesta dove meno lo aspettiamo e in forme sempre nuove. E’ la persona che sa vivere la novità dell’incontro con l’amato perché si sa e si vive amata.
Per concludere vorrei ricordare ciò che il Vaticano II, parlando della responsabilità dei cristiani nel mondo, propone per poter costruire un futuro pieno di senso: «Legittimamente si può pensare che il futuro dell'umanità sia riposto nelle mani di coloro che sono capaci di trasmettere alle generazioni di domani ragioni di vita e di speranza»
E’ questo ciò che canta Maria nel Magnificat, dove quello che presenta non è un mondo dove i ricchi saranno poveri e i poveri ricchi, ma un mondo dove l’ordine è modificato perché la salvezza di Dio è presente.
http://www.giovani-it.pcn.net/cristo_la_nostra_speranza.htm
martedì 15 maggio 2012
La croce un appello alla sequela di Mons. Bruno Forte
I cristiani sanno di dover vivere nel segno della croce le opere e i giorni del loro cammino. Sanno anche che nulla è più lontano dall’immagine del discepolo del Crocifisso che una Chiesa tranquilla e sicura, forte dei propri mezzi e delle proprie influenze.
La croce è il luogo in cui Dio parla nel silenzio: quel silenzio della finitudine umana, che è diventata per amore la sua finitudine. Il mistero nascosto nelle tenebre della croce è il mistero del dolore di Dio e del suo amore per gli uomini. L’un aspetto esige l’altro: il Dio cristiano soffre perché ama e ama in quanto soffre. Egli è il Dio che patisce con noi e per noi, che si dona fino al punto di uscire totalmente da sé nell’alienazione della morte, per accoglierci pienamente in sé nel dono della vita.
Nella morte di croce il Figlio è entrato nella ‘’fine” dell’uomo, nell’abisso della sua povertà, del suo dolore, della sua solitudine, della sua oscurità. E soltanto lì, bevendo l’amaro calice, ha fatto fino in fondo l’esperienza della nostra condizione umana: sulla via del dolore è diventato uomo fino alla possibilità estrema. Ma proprio così anche il Padre ha conosciuto il dolore: nell’ora della croce, mentre il Figlio si offriva in incondizionata obbedienza a lui e in solidarietà con i peccatori, anche il Padre ha fatto storia! Egli ha sofferto per l’Innocente consegnato ingiustamente alla morte: e tuttavia ha scelto di offrirlo, perché nell’umiltà e nell’ignominia della croce si rivelasse agli uomini l’amore trinitario di Dio per loro e la possibilità di divenirne partecipi. E lo Spirito, consegnato da Gesù morente al Padre suo, non è stato meno presente nel nascondimento di quell’ora: Spirito dell’estremo silenzio, egli è stato lo spazio divino della lacerazione dolorosa e amante, che si è consumata fra il Signore del cielo e della terra e colui che si è fatto peccato per noi, in modo che un varco si aprisse nell’abisso e ai poveri si schiudesse la via del Povero verso la pienezza della vita.
È sulla via della croce che troveremo Dio
Questa morte in Dio non significa in alcun modo la morte di Dio che “l’uomo folle” di Nietzsche va gridando sulle piazze del mondo: non esiste né mai esisterà un tempio dove si possa cantare nella verità il “Requiem aeternam Deo”! L’amore che lega l’Abbandonante all’Abbandonato, e in questi al mondo, vincerà la morte, nonostante l’apparente trionfo di questa. La sorprendente identità del Crocifisso e del Risorto mostra apertamente quanto sulla croce è rivelato “sub contrario” e garantisce che quella fine è un nuovo inizio: il calice della passione di Dio si è colmato di una bevanda di vita, che sgorga e zampilla in eterno (cf. Gv 7,37-39). Il frutto dell’albero amaro della croce è la gioiosa notizia di Pasqua: il Consolatore del Crocifisso viene effuso su ogni carne per essere il Consolatore di tutti i crocefissi della storia e per rivelare nell’umiltà e nell’ignominia della croce, di tutte le croci della storia, la presenza corroborante e trasformante del Dio cristiano. In questo senso, la sofferenza divina rivelata sulla croce è veramente la buona novella: «Se gli uomini sapessero... – scrive Jacques Maritain – che Dio “soffre” con noi e molto più di noi di tutto il male che devasta la terra, molte cose cambierebbero senza dubbio, e molte anime sarebbero liberate».
La “parola della croce” (1 Cor 1,18) chiama così in maniera sorprendente il discepolo alla sequela: è sulla via della croce – nella povertà, nella debolezza, nel dolore e nella riprovazione del mondo – che troveremo Dio. Non gli splendori delle perfezioni terrene, ma precisamente il loro contrario, la piccolezza e l’ignominia, sono il luogo privilegiato della sua presenza fra noi, il deserto fiorito dove egli parla al nostro cuore. La perfezione del Dio cristiano si manifesta proprio nelle sofferenze, che per amore nostro egli assume: la finitudine del patire, la lacerazione del morire, la debolezza della povertà, la fatica e l’oscurità del domani, sono altrettanti luoghi, dove egli mostra il suo amore, perfetto fino alla consumazione totale. Nella vita di ogni creatura umana può ormai essere riconosciuta la croce del Dio vivo: nel soffrire diventa possibile aprirsi al Dio presente, che si offre con noi e per noi, e trasformare il dolore in amore, il soffrire in offrire.
Egli vive con noi e in noi le agonie della vita
Lo Spirito del Crocifisso opera il miracolo di questa rivelazione salvifica: egli è il Consolatore della passione del mondo, colui che proclama la verità della storia dei vinti, confondendo la storia dei vincitori. Egli vive con noi e in noi le agonie della vita, facendo presente nel nostro patire il patire del Figlio, e perciò aprendovi un’aurora di vita, rivelazione e dono del mistero di Dio. La “kènosi” dello Spirito nelle tenebre del tempo degli uomini non è che il frutto della “kènosi” del Verbo nella storia della passione e morte di Gesù di Nazaret, l’estrema conseguenza del più grande amore, che ha vinto e vincerà la morte.
La Chiesa e i singoli discepoli del Dio trinitario, che soffre per amore nostro, vengono allora a configurarsi come il popolo della “sequela crucis”, la comunità e il singolo sotto la croce: preceduti da Cristo nell’abisso della prova, attraverso cui si apre la via della vita, i cristiani sanno di dover vivere nel segno della croce le opere e i giorni del loro cammino. Nulla è più lontano dall’immagine del discepolo del Crocifisso che una Chiesa tranquilla e sicura, forte dei propri mezzi e delle proprie influenze: «La cristianità stabilita dove tutti sono cristiani, ma in interiorità segreta, non somiglia alla Chiesa militante più che il silenzio della morte all’eloquenza della passione» (Kierkegaard). La Chiesa sotto la croce è il popolo di coloro che, con Cristo e nel suo Spirito, si sforzano di uscire da sé e di entrare nella via dolorosa dell’amore: una comunità di discepoli del Dio Crocifisso al servizio dei poveri, capace di confutare con la vita i falsi sapienti e potenti di questa terra. Una Chiesa sotto la croce dice anche una comunità feconda nel dolore dei suoi membri: la sequela del Nazareno, fonte di vita che vince la morte, esige di percorrere con lui l’oscuro cammino della passione: “Chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me” (Mt 10,38 e Lc 14,27).
Il discepolo dovrà dunque “completare nella sua carne quello che manca ai patimenti del Cristo” (Col 1,24): lo farà se riuscirà a portare la più pesante di tutte le croci, la croce del presente a cui il Padre lo chiama, credendo anche senza vedere, lottando e sperando, anche senza avvertire la germinazione dei frutti, nella solidarietà con tutti coloro che soffrono (cf. 1 Cor 15,26), nella comunione a Cristo, compagno e sostegno del patire umano, e nell’oblazione al Padre, che valorizza ogni nostro dolore. Questa croce del presente è il travaglio della fedeltà e insieme l’esperienza della persecuzione messa in atto dai “nemici della croce di Cristo” (Fil 3,18). La “via crucis” della fedeltà è fatta dalla lotta interiore e dalle agonie silenziose dei momenti di prova, di solitudine e di dubbio, ed è sostenuta dalla preghiera perseverante e tenace di una povertà che aspetta la misericordia del Padre: la stessa “via crucis” della fedeltà di Gesù, con la differenza che egli fu solo a percorrerla, mentre noi siamo preceduti e accompagnati da lui. Questa prossimità del Signore crocifisso ai sofferenti specialmente a quelli che si trovano nella fragilità della malattia è la buona novella che come discepoli siamo chiamati ad annunciare a tutti e sempre. La croce della persecuzione è invece la conseguenza dell’amore per la giustizia e della relativizzazione di ogni presunto assoluto mondano da parte dei discepoli del Crocifisso: la loro speranza nel Regno che viene, li fa inquietanti verso le miopie di tutti i vincitori e i dominatori della storia. “Ecco: io vi mando come pecore in mezzo ai lupi...E sarete odiati da tutti a causa del mio nome” (Mc 10,16.22; cf. 16ss).
Il Crocifisso si identifica con i crocifissi della storia
La Chiesa sotto la croce diventa così, per la sua stessa fame e sete del mondo nuovo di Dio e per la grazia di cui è strumento, il popolo che aiuta a portare la croce e che combatte le cause inique delle croci di tutti gli oppressi: essa si confronta con le prigionie di ogni sorta di legge e con le schiavitù di ogni sorta di potere, e, come il suo Signore, si pone in alternativa umile e coraggiosa nei loro confronti. Il Crocifisso non esita a identificarsi con tutti i crocefissi della storia, fino al punto di poter riconoscere nell’altro bisognoso d’amore e di cura il sacramento di lui, il “sacramento del fratello”.
Chi ama il Crocifisso e lo segue, non può non sentirsi chiamato a lenire le croci di tutti coloro che soffrono e ad abbatterne le cause inique con la parola e con la vita. La croce della liberazione dal peccato e dalla morte esige la liberazione da tutte le croci frutto di morte e di peccato: l’ imitatio Christi crucifixi non potrà mai essere accettazione passiva del male presente! Essa si consumerà, al contrario, nell’attiva dedizione alla causa del Regno che viene, che è anche impegno operoso e vigilante per fare del Calvario della terra un luogo di risurrezione, di giustizia e di vita piena. La compassione verso il Crocifisso si traduce nella compassione operosa verso le membra del suo corpo nella storia: per una Chiesa, che si dibatte nel problema del rapporto fra la sua identità e la sua rilevanza, fra la fedeltà e la creatività audace, questo significa il riconoscimento della possibilità risolutrice. La Chiesa si ritroverà perdendosi, porrà la sua identità esattamente nel metterla al servizio degli altri, per ritrovarla all’unico livello degno dei seguaci del Crocifisso: l’amore.
Essere cristiani, allora, non vorrà dire soltanto andare da Dio perché lui ci faccia compagnia nella nostra solitudine, cercando in lui consolazione e pace: il cristiano va dal Dio sofferente anche per fargli compagnia nel suo dolore. È quello che hanno insegnato i mistici.
Al discepolo, cha fa compagnia al suo Signore schiacciato sotto il peso della croce, è rivolta però la parola della promessa, dischiusa nella risurrezione, contraddizione di tutte le croci della storia: parola di consolazione e di impegno, che ha sostenuto già la vita, il dolore e la morte di tutti quanti ci hanno preceduto nel combattimento della fede. “Infatti, come abbondano le sofferenze di Cristo in noi, così, per mezzo di Cristo, abbonda anche la nostra consolazione” (2 Cor 1,5). “Siamo tribolati da ogni parte, ma non schiacciati; siamo sconvolti, ma non disperati; perseguitati, ma non abbandonati; colpiti, ma non uccisi; portando sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo” (2 Cor 4,8-10). In colui che si sforza di vivere così, la Croce di Cristo non è stata resa vana (cf. 1 Cor 1,17): in lui si manifesterà anche la vittoria dell’Umile, che ha vinto il mondo (cf. Gv 16,33), quella vittoria promessa dal Vangelo della sofferenza di Dio, sorgente di forza cui si appella e potrà sempre appellarsi l’invocazione della fede pellegrina nel tempo.
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